Intervista a Luisa Aliotta: “Che Il Libeccio faccia il mio gioco. Omaggio alle parole in volo”, un romanzo filosofico e lirico”
La giovane scrittrice Luisa Aliotta, originaria di Acerra, ha concesso un’intervista a Il Diurno nella quale ha parlato del suo rapporto con la scrittura, del suo romanzo filosofico “Che Il Libeccio faccia il mio gioco. Omaggio alle parole in volo”, fino alla vittoria del Premio Mestre nel 2025.

Ciao Luisa per te cosa significa scrivere ?
“Per me scrivere non è semplicemente una passione, ma un vero e proprio modo di stare al mondo. È l’unico strumento che mi permette di attraversare le apparenze e cercare ciò che si nasconde dietro il velo delle cose. Nella scrittura provo a scavare dentro le parole fino a raggiungerne il nucleo più autentico, perché credo che ogni parola custodisca un significato profondo, una verità da riportare alla luce. Scrivere, dunque, non significa soltanto esprimere me stessa, ma anche tentare di comprendere il mondo, di metterlo in ordine e di aprirlo a nuove possibilità. È insieme conoscenza e resistenza: un modo per non fermarsi alla superficie e continuare a cercare l’essenziale”.
Sei in libreria con “Che Il Libeccio faccia il mio gioco. Omaggio alle parole in volo”: parlacene.
“Che Il Libeccio faccia il mio gioco. Omaggio alle parole in volo” è un romanzo filosofico e lirico che intreccia letteratura e filosofia: la prima dona alla narrazione una forte componente poetica ed emotiva, la seconda introduce riflessioni e concetti esistenziali che fanno nascere idee e interrogativi sul senso dell’amore, dell’identità e della comunicazione umana. La protagonista, Ludovica De Broca, è una giovane bohémien e direttrice di biblioteca che vive rifugiandosi nel suo “mondo di carta”, fatto di libri, lettere e immaginazione, in contrasto con la realtà concreta che la circonda. Convinta che l’autenticità possa esistere soprattutto nelle parole e nella vita interiore, attraversa relazioni, passioni e conflitti cercando un punto d’incontro tra ciò che sente e ciò che vive realmente. L’incontro con un ragazzo sordomuto diventa infine decisivo per abbattere il confine tra immaginazione e realtà, portandola a confrontarsi con una forma di verità più profonda e autentica. Il romanzo si presenta così come una riflessione poetica sull’esistenza, dove il linguaggio letterario e il pensiero filosofico si fondono continuamente”.
Che emozione hai provato nel vincere il tanto ambito Premio Mestre?
“Vincere il tanto ambito Premio Mestre è stata sicuramente un’emozione intensa, ma non vivo i premi come un punto d’arrivo o qualcosa a cui affezionarsi troppo. Li considero più che altro delle indicazioni lungo il percorso: segnali utili per capire in che direzione sto andando, perché scrivo e dove desidero arrivare. Più del riconoscimento in sé, per me conta il confronto con ciò che creo e la possibilità che le mie parole riescano davvero a comunicare qualcosa a chi legge”.
Cosa vorresti arrivasse ai tuoi lettori?
“Vorrei arrivasse innanzitutto un amore “classico” per la letteratura, quello capace di far vivere le parole non solo come intrattenimento, ma come esperienza profonda e necessaria. Mi piacerebbe anche risvegliare l’interesse verso tematiche esistenziali che possano aiutare, come l’ago di una bussola, a comprendere meglio chi siamo e verso dove siamo diretti. Vorrei che chi mi legge sentisse la possibilità di riconoscersi nelle fragilità, nelle domande e nelle inquietudini dei personaggi, ritrovando nella letteratura uno spazio autentico di riflessione, bellezza e ricerca interiore”.
Quali sono i tuoi prossimi progetti lavorativi?
“Al momento sono principalmente impegnata nelle attività di promozione del mio romanzo Che il libeccio
faccia il mio gioco. Sto dedicando tempo a far conoscere la mia opera, incontrare lettori e confrontarmi con il pubblico, perché credo che la scrittura non esista davvero senza essere condivisa. Questo percorso di diffusione e dialogo con chi legge rappresenta per me una fase fondamentale: è il momento in cui il libro inizia a vivere al di là della mia scrittura privata”.
Quanto pensi che insegnamento e scrittura vadano di pari passo?
“Il mio lavoro di insegnante si concilia naturalmente con la scrittura: attraverso l’insegnamento vivo e
respiro la letteratura ogni giorno, e questo arricchisce profondamente il mio modo di scrivere. Nel
pomeriggio, quando mi dedico alla scrittura, trasformo le osservazioni, le esperienze e le riflessioni
accumulate durante la giornata in parole e racconti. La scrittura diventa così una continuazione della mia
vita quotidiana, un filo che lega il lavoro, la conoscenza e la mia intimità creativa”.
Sei stata quest’anno al Salone Del Libro e quanto sei legata a questa manifestazione?
“Sì, sono stata quest’anno al Salone Internazionale del Libro di Torino ed è stata una grande emozione
vedere il mio nome accanto a quello dei grandi autori. Ho sempre pensato che quello fosse, in qualche
modo, il mio posto nel mondo: un luogo dove le parole, le idee e la letteratura riescono davvero a prendere vita. Allo stesso tempo, però, credo che la strada per confermarmi sia ancora lunga. Vivo questa esperienza non come un traguardo definitivo, ma come uno stimolo a continuare a scrivere, cercare e crescere, restando fedele alla mia visione della letteratura e della ricerca interiore”.
Quest’estate avrai un tour nelle librerie in giro per l’Italia oppure no?
“Gran parte del tour nelle librerie si è già concluso, ed è stata un’esperienza molto intensa e formativa.
Restano però ancora alcune ultime date da definire per settembre, tra cui probabilmente anche un
appuntamento a Genova. Mi piace vivere questi incontri come occasioni di scambio autentico con i lettori, perché credo che la letteratura trovi davvero compimento nel dialogo e nella condivisione delle emozioni e delle idee che nascono dai libri”.



