Letteratura e libri

Deborah Prestileo parla della sua nuova raccolta: “Senza asilo è la geometria spietata del mio dispatriare”

La scrittrice

Deborah Prestileo (1999) è un’insegnante e scrittrice: ci ha parlato della sua nuova raccolta intitolata “Senza Asilo” edita da Ilglomerulodisale, terminando con una domanda riguardo il suo rapporto con la poesia in classe.

Perché hai deciso di chiamare la raccolta Senza Asilo?

La nuova raccolta

«Senza asilo è la geometria spietata del mio dispatriare. È un esilio interiore che non concede tregua, la mappa di una lontananza che non si misura in chilometri, ma nello scarto incolmabile tra la mia carne e la realtà che mi circonda. Dispatriare significa perdere ogni confine rassicurante, essere sradicati da qualsiasi patria visibile, sentirsi perennemente senza un suolo stabile su cui fermarsi.

È l’incapacità di porre un argine all’amore, lo sprofondare in un sentire spoglio, assoluto, scoperto, fino all’osso. È la condanna di chi non ha tana né pascolo, ma vaga nel bosco come una bestia selvatica, scorticata e feroce, che conosce soltanto il linguaggio del morso e della fuga. Dunque, essere “senza asilo” è stare al margine della notte a masticare la tempesta; è avere la mente ridotta a una stanza cieca, dove i pensieri si conficcano come chiodi nella carne e l’anima sprofonda a picco. Per chi porta addosso questa nudità, non esistono rifugi né pareti. Ma, in questo esilio che non finisce mai, mi oppongo strenuamente a chi ripete che la poesia non serve a nulla, che è un’illusione inerte, un esercizio di stile incapace di incidere sulla vita. Contro ogni cecità e contro ogni disincanto, sì, la poesia salverà il mondo. Salverà il mondo perché è l’ultimo presidio del sacro, l’unico atto capace di spalancare la tenebra, raccogliere le nostre macerie più intime e restituire loro una luce indistruttibile».

Qual è l’intento dell’opera?

«Non ho aperto i grandi racconti del passato per venerarli, ma per azzannarli e strappare loro il velo. Ho ribaltato il mito perché quelle donne siamo noi: un’unica stirpe dispatriata, figlie dello stesso strappo che si tramanda di madre in figlia. Ho voluto costruire uno specchio spietato in cui la violenza, la perdita e la sottomissione incontrano la resistenza feroce che muta le piaghe in canto. Ho tentato di riportare la poesia all’origine, dove la parola cessa di essere esercizio di stile e torna a farsi atto d’azzannamento e d’amore. Perchè per me la parola poetica ha a che fare sempre con la bellezza del terribile, come Cristo che si fa carne per dire che, persino nel buio, c’è ancora un chiodo di luce».

Da dove nasce l’idea di fare riferimento a personaggi della grecità?

«I nomi della grecità non sono reperti da custodire sotto vetro, né metafore d’autore con cui impreziosire il testo. Cassandra, Medea, Antigone sono stazioni di un calvario anatomico, corpi sventrati dalla violenza del mondo e rialzati da un furore sovrumano. Evocarle non serve a giustificare il presente o a comporre un’allegoria, ma a riaprirne le piaghe a mani nude. Per secoli, uno sguardo addomesticato e consolatorio ha tentato di imbrigliare la loro tragedia, riducendole a mostri irrazionali o a vittime piegate dal destino.

Strappare quell’involucro significa restituire al loro urlo la sua reale statura: la rabbia, il dispatrio, la devastazione subita e restituita non sono vicende individuali, ma l’impronta di una colpa e di un dolore originari che continuano a scorrere nelle nostre vene. Nella grecità la parola non era mai un artificio grazioso o un tranquillo esercizio di forma. Era rito di ferro, incisione sulla carne viva, impatto cieco con il sacro e con la morte. Era la spoliazione totale dell’uomo di fronte al suo abisso. È solo ripartendo da questa radice scorticata e ferina che la poesia può tornare a essere un atto di pura e spietata necessità».

Come mai hai deciso di suddividere la raccolta in tre parti (mythos, logos e soma)?

«Si parte dal Mythos, che è la sprofondata radicale negli inferi del mio dispatriare: il tempo del racconto primordiale, intuitivo e selvaggio. È il territorio della passione nuda, non ancora addomesticata dal pensiero, dove il dolore non si spiega ma parla per via di figure arcaiche, ombre labirintiche e ferite aperte. È la materia prima, scura e pulsante, che precede ogni civiltà della parola. Da questa voragine si attraversa il Logos, il momento in cui la parola tenta di farsi preghiera, rito, formula d’esorcismo per contenere e ordinare il caos. Ma non si tratta della ragione calcolante: qui il pensiero scavalca la logica pura e si fa canto meta-razionale, bibbia personale, ponte azzardato verso l’invisibile.

La parola cerca di curare la lacerazione del dispatrio, ma nel suo slancio s’imbatte inevitabilmente nello scandalo della croce, nella solitudine spaventosa e gelida dell’orto degli ulivi. Infine si giunge al Soma, che coincide con il mistero più tremendo: l’incarnazione. La parola cessa di bastare a se stessa, rifiuta la protezione dell’astrazione e della forma se non si fa corpo, sostanza, carne che soffre ma anche materia capace di risorgere. L’esperienza si offre del tutto nuda, facendosi arco teso verso le cime, scagliato nel tentativo disperato, fallimentare eppure magnifico, di toccare l’Altissimo proprio attraverso la piaga e la gloria della propria imperfezione.

A quali donne del mythos sei maggiormente legata?

Senza dubbio Medea, la madre di ogni dispatriata. È l’apolide che incenerisce le sue stesse navi, la straniera che strappa le radici a morsi pur di non appartenere a nessuno, pagando l’assenza di asilo con la solitudine dell’esilio assoluto. La collisione con la devastazione le modella una sensibilità spietata, capace di convertire la piaga dell’abbandono in lama affilata. Non c’è alcuna assoluzione per il suo gesto, da cui prendo ogni distanza possibile: resta un abominio imperdonabile, la notte cieca e l’abisso iniquo in cui l’umano si cancella per sempre. Ma se evoco Medea non è per benedire il suo massacro, né per compiacermi del sangue, bensì per strappare la verità del suo urlo all’involucro consolatorio del mostro. Mi lego a lei unicamente per lo strappo primordiale che la precede, per quel primo spossessamento che la rende irrimediabilmente sola di fronte al cosmo. Perché nel mito il male non è mai una follia gratuita né un incidente di superficie: ha sempre radici spaventosamente più complesse, stratificate, viscerali e profonde di qualunque virtù».

Qual è stata la raccolta poetica (o il riferimento poetico) decisiva per il tuo percorso di scrittrice?

«La poesia di Marina Cvetaeva. Non un semplice riferimento letterario, ma l’incendio primordiale, la vertigine che ha deviato per sempre il mio corso. Cvetaeva è l’anima pura, scorticata, incapace di mezze misure o di calcoli intellettuali: da lei ho imparato che la poesia non si compone a tavolino, ma si vive direttamente sulla carne, come un gesto fisiologico e disperato. Eppure, sarebbe un errore ridurla soltanto alla sua furia o alla spietatezza della sua sintassi: dentro la tempesta di un ritmo che spezza il respiro e strappa le parole a morsi, batte una tenerezza spaventosa.

È una grazia smisurata, del tutto priva di difese, che lascia attoniti per la sua limpidezza. La sua violenza verbale non è mai aggressività fine a se stessa: è la crosta superficiale di una vulnerabilità radicale, l’effetto di una fame d’amore così titanica e irriducibile da risultare insostenibile per la misura del mondo. Cvetaeva è la maestra dell’esilio assoluto, la poetessa che ha trasformato lo sradicamento in una casa incandescente. In lei lo strappo e la spoliazione non prosciugano l’umano né lo inaridiscono; al contrario, lo denudano fino a rivelarne l’essenza più pura e luminosa. La sua grazia non ha nulla a che fare con la leziosità o la musicalità compiacente: è la grazia altissima e terribile dei martiri, di chi si offre intero, senza riserve né armature».

So che sei insegnante di Lettere nei licei. Porti la poesia in classe? Quale e come?

«Entrare in un’aula di liceo con la poesia significa compiere un atto di sabotaggio e di resistenza contro il cinismo contemporaneo. Il cinismo non è intelligenza né maturità: è la difesa codarda di chi si corazza per non sentire, l’anestesia di chi riduce il mondo a merce, la ferita a debolezza, la vita a un calcolo di convenienza. Portare i versi in classe non serve a fare anatomia sintattica o schede di analisi metrica, ma a smantellare questa corazza a colpi di martello, restituendo ai ragazzi una materia viva, fisiologica e spirituale. Si parte dal corpo e dalla voce.

Non spiego mai una poesia prima di averla fatta risuonare: la lettura è un impatto fisico, un gesto che nasce dai polmoni e dalla gola per restituire alla pagina il peso della sillaba, la frenata del trattino, la ferita dell’enjambement. Vieto l’approccio parassitario del «cosa vuole dire l’autore», perché la poesia non vuole dire, ma essere. Prima del verso impongo il deserto del silenzio per disintossicare l’udito dal rumore continuo e creare la tensione necessaria al primo urto con la parola. È qui che la pratica della poesia ricongiunge la lettura alla spiritualità, nell’accezione più pura e laica consegnataci da Simone Weil. Portare la poesia a scuola significa insegnare a esercitare uno sguardo spogliato dell’ego, una capacità di attesa radicale capace di abitare il vuoto senza la smania di riempirlo con risposte rapide.

Leggere un verso diventa un atto di decreazione, un togliersi di mezzo per lasciarsi attraversare dalla realtà. Il verso «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior» non è un orpello poetico o un motto ad uso dei creduloni: è un’equazione teologica e spirituale d’urto, che dialoga direttamente con la Perfetta Letizia francescana. Entrambi insegnano che la grazia non abita nella nettezza dei palazzi o nella virtù levigata, ma si sprigiona nel punto di massima fragilità, dove l’ego crolla e resta solo la materia nuda, lo scarto, la piaga. Insegnare questo ai ragazzi significa ribaltare il dogma del successo e del decoro: la fioritura dello spirito non avviene nella sterile purezza del diamante, ma nello spossessamento, nell’accoglienza del rimosso e della ferita. Guardare una crepa sul muro con un’attenzione così feroce da spogliarla del suo uso quotidiano restituisce al reale la sua sacralità scorticata. La poesia si rivela allora come l’antidoto definitivo alla tiepidezza: l’unico luogo in cui la carne vulnerabile dei ragazzi può imparare a sostare nella ferita dell’esistenza, rivendicare la propria sovranità e toccare, attraverso il rigore spietato della parola, la grazia».

Gaetano Perrotta

Gaetano Perrotta

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