Interviste

Carrozzeria Orfeo, intervista a Gabriele Di Luca: «Misurare il salto delle rane è stato un rinnovamento all’interno della stessa poetica della compagnia»

Misurare il salto delle rane_foto di scena_®Andrea Morgillo

Misurare il salto delle rane è una dark comedy ambientata in un piccolo paese di pescatori negli anni ’90. Protagoniste sono tre donne di diverse generazioni – Lori, Betti e Iris – unite da un tragico lutto avvenuto vent’anni prima e ancora avvolto in un’aura di mistero. Il paese emerge come un frammento dimenticato, circondato da un vasto lago e da una palude minacciosa che lo isola dal mondo esterno, un microcosmo sospeso tra arcaismo e quotidianità, dove una piccola comunità persiste ancorata a consuetudini superate. Partendo da questo habitat, Misurare il salto delle rane, la nuova produzione di Carrozzeria Orfeo, senza rinunciare all’ironia che la contraddistingue, vuole essere un’indagine poetica e tragicomica sulla condizione umana contemporanea: un viaggio nell’intimità di tre esistenze femminili che si specchiano l’una nell’altra e che, in modo diverso, rifiutano etichette imposte dall’esterno. Tre età, tre mondi, tre stagioni della vita che intrecciano le loro esistenze, scavate da lutti e assenze, ma anche da rinascite, alleanze e complicità profonde.Nucleo pulsante della narrazione è proprio il femminile. Le manifestazioni della violenza e dell’oppressione verso le donne, endemiche nei contesti rurali dell’epoca, affiorano nel tessuto sociale della comunità con modalità sottili ma pervasive. I personaggi maschili incarnano quasi invariabilmente figure di minaccia o fallimento.Lo spettacolo esplora le contraddizioni dell’esistenza: la pesantezza e la leggerezza, il dolore e il riso, il radicamento e il desiderio di evasione. Attraverso dialoghi taglienti e situazioni paradossali, momenti di puro lirismo e gesti simbolici, che si intrecciano nella narrazione, alternando momenti di intensità visiva a passaggi di caustica comicità, Carrozzeria Orfeo costruisce un racconto intimo, in cui la gravità del dolore si affianca alla leggerezza dell’ironia. Misurare il salto delle rane è un invito a confrontarsi con i propri limiti, a cercare la bellezza nei gesti semplici, in piccoli atti di trasformazione dove pare non accadere nulla. È un’ode alla complessità dell’essere umano, con la sua infinita capacità di perdersi e ritrovarsi, tra ciò che ci definisce e ciò che ci supera.

PREMIO DELLA CRITICA A.N.C.T. 2025 COME MIGLIOR SPETTACOLO con la seguente motivazione:


«A prima vista “Misurare il salto delle rane”, l’ultima fatica scenica di Gabriele Di Luca per Carrozzeria Orfeo, regia dello stesso e di Massimiliano Setti, si presenta come una sorta di melanconico “merry go round” fra tre donne di diverse età e background. Una diversità radicale rispetto alla cifra politicamente scorretta e urticante della compagnia lombarda, capace sempre di rappresentare conflitti interpersonali e sociali, con forme e accenti sempre sulle righe di tagliente sarcasmo e ironia? In realtà no, perché c’è un profondo legame che unisce i due approcci, il disegno di un malessere epocale, che non va celebrato però in un’epifania tragica e disperante, ma piuttosto colto nella velocità del segno contemporaneo, in cui cinismo e derisione vanno continuamente a braccetto. E l’abilità di Carrozzeria Orfeo sta nel mettere in scena spettacoli sempre giusti, fattore ormai non più considerabile come pura casualità, al di là dei registri usati. In questo caso al centro c’è la morte di una ragazza, che porterà a una vendetta senza appello, che riproduce nello scenario le torbide atmosfere dei gialli alla David Lynch, con l’aggiunta però di una scrittura plastica e metronomica come quella di Gabriele Di Luca e di una cura minuziosa nella costruzione dei personaggi, a cui concorrono la regia condivisa con Massimiliano Setti e la straordinaria immedesimazione di Elsa Bossi (Lori), Chiara Stoppa (Betti) e Marina Occhionero (Iris) nei rispettivi ruoli. La prima, più anziana, ferma nel blocco emotivo legato alla morte della figlia, la seconda, più vicina al consueto target di Carrozzeria, esuberante ai limiti della follia al punto di diventare una trainer per rane, e la terza, infine, la più borghese, giunta in questo villaggio per consegnare la bottiglia con il messaggio che chiarirà tutti i rebus del caso».

Carrozzeria Orfeo

Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti, sono direttori artistici di Carrozzeria Orfeo, compagnia teatrale professionista fondata nel 2008 insieme a Luisa Supino, una società cooperativa di impresa sociale, con sede a Mantova, dove gestisce lo spazio di Sala Maddalena a Curtatone. 12 spettacoli prodotti, 1 film, una community digitale composta da 24.000 followers su Facebook e oltre 21.000 su Instagram, 4 progetti finanziati da Fondazione Cariplo, 6 testi teatrali di Gabriele Di Luca pubblicati da Cue Press, 15 riconoscimenti nazionali tra premi e menzioni speciali: tutto questo fa di Carrozzeria Orfeo una tra le compagnie più apprezzate del teatro italiano, un punto di riferimento per la drammaturgia contemporanea nazionale. Il suo teatro pop, fatto di drammaturgie originali ispirate all’osservazione del nostro tempo, mescola i generi, fonde il divertimento al dramma, mantenendo costante l’attenzione per il pubblico, da sempre interlocutore privilegiato della Compagnia.

Noemi Apuzzo, vigevanese, classe 1993, dopo la laurea in Lettere Moderne all’Università di Pavia, si diploma alla Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino nel 2018, sotto la direzione di Valter Malosti. Ha lavorato con Licia Lanera (Roberto Zucco), Leonardo Lidi (Il Dito), Andrea De Rosa (Satyricon), Valter Malosti (Se questo è un uomo), Gabriele Russo (Don Juan in Soho), Veronica Cruciani (Le Serve) e con la compagnia Biancofango. Nel 2020 entra nel cast di Cous Cous Klan di Carrozzeria Orfeo. Prosegue la sua formazione con il progetto BAT_Bottega Amletica Testoriana, a cura di Antonio Latella, progetto vincitore del Premio Speciale Ubu 2024.

Elsa Bossi, nata a Lodi, classe 1968, diplomata alla Scuola del Teatro Stabile di Genova, debutta nel Tito Andronico di Peter Stein. Collabora con il Teatro del Carretto (Sogno di una notte di mezza estate, Premio Ubu 1991, Pinocchio, Amleto, Le mille e una notte) e lavora, tra gli altri, con Gallione, Sciaccaluga, Garella, Solari, Pezzoli, Musso, Carrozzeria Orfeo. È autrice e interprete di La Religiosa da Diderot, Ada. La solitaria da Ada Negri, e firma per Teatro Gioco Vita la drammaturgia di Babar. Conduce laboratori e progetti teatrali in scuole e carceri. Al cinema ha recitato in Giorni e nuvole di Silvio Soldini, La logica delle cose e 0,9 Ampere.

Chiara Stoppa, nata a Pordenone, classe 1979, si diploma alla Scuola del Piccolo Teatro nel 2002, lavorando con Luca Ronconi, poi con Patroni Griffi, Franca Valeri, Marinoni, De Bosio. Dal 2008 collabora stabilmente con ATIR Milano, di cui è anche presidente per sei anni, e prende parte a numerosi spettacoli diretti da Serena Sinigaglia. Dal 2023 lavora con la compagnia Orsini e Massimo Popolizio. Affianca all’attività attoriale la regia e la conduzione di laboratori e spettacoli con persone con disabilità e con bambini e ragazzi. È co-autrice e interprete di testi teatrali originali.

CALENDARIO 2026 – 2027:


3,4,5 Novembre 2026 | Genova, Teatro Duse
7 e 8 Novembre 2026 | Carpi, Teatro Comunale
13 Novembre 2026 | Bellaria, Teatro Astra
Dal 24 al 29 Novembre 2026 | Napoli, Teatro Bellini
7 Gennaio 2027 | Verona, Teatro Camploy
9 Gennaio 2027 | Russi, Teatro Comunale
15 Gennaio 2027 | Taranto, Auditorium Tatà
16 Gennaio 2027 | Molfetta, Cittadella degli Artisti
17 Gennaio 2027 | Monopoli, Teatro Radar
19 e 20 Gennaio 2027 | Modena, Teatro Michelangelo
22 Gennaio 2027 | Marsciano (Pg), Teatro Concordia
5 Febbraio 2027 | Montepulciano, Teatro Poliziano
6 Febbraio 2027 | Cascina, Città del Teatro
8 Febbraio 2027 | Bologna, Teatro Duse
9 Febbraio 2027 | Imola, Teatro Ebe Stignani
11 Febbraio 2027 | Pergine, Teatro Comunale
13 Febbraio 2027 | Avigliana (To), Teatro Fassino
14 Febbraio 2027 | Ciriè (To), Teatro Magnetti
15 Febbraio 2027 | Cuneo, Teatro Toselli
19 Febbraio 2027 | Ortona, Teatro Tosti
20 Febbraio 2027 | Sulmona, Teatro Comunale
27 Febbraio 2027 | Udine, Teatro Palamostre
28 Febbraio 2027 | Asolo (Tv), Teatro Duse
1 Marzo 2027 | Trieste, Teatro Rossetti
3 Marzo 2027 | Pordenone, Teatro Verdi
5 e 6 Marzo 2027 | Firenze, Teatro Puccini
7 Marzo 2027 | Foiano (Ar), Teatro Garibaldi
9 Marzo 2027 | Casalgrande (Re), Teatro De André
12 Marzo 2027 | Busto Arsizio, Teatro Sociale
14 Marzo 2027 | Viterbo, Teatro dell’Unione
15 Marzo 2027 | Tivoli, Teatro Giuseppetti
Dal 16 al 21 Marzo 2027 | Roma, Teatro Vascello
23 Marzo 2027 | Rho, Teatro Civico
25 Marzo 2027 | Narni, Teatro Manini
26 Aprile 2027 | Piacenza, Teatro Municipale

DURATA 1 h 40 minuti

Intervista a Gabriele Di Luca

Gabriele Di Luca si è raccontato a Il Diurno dove ha posto l’accento sul grande successo ottenuto con “Misurare il salto delle rane”, grazie al quale ha ottenuto la seconda vittoria al Premio Le Maschere del Teatro Italiano 2026 come migliore autore di novità italiana.

Ph S.Infantino

Complimenti per la seconda vittoria al premio Le Maschere del Teatro Italiano 2026 come migliore autore di novità italiana, quest’anno con “Misurare il salto delle rane”. Nel tuo discorso di ringraziamento hai parlato dell’importanza di credere nei giovani e nei nuovi testi, secondo te in che modo il sistema teatrale italiano può farlo?

“No allora innanzitutto è importante sottolineare rispetto alla prima domanda: non è che in generale non esistano le iniziative per favorire i giovani. Quello che dico e dirò ha un carattere generale: ci sono le dovute eccezioni. Quello che dovrebbe fare il sistema per favorire le nuove generazioni è semplicemente favorirle davvero. Quindi anche qualora queste iniziative vengano promosse non possono essere iniziative solo formalmente interessanti. Lo devono essere anche dal punto di vista reale e produttivo. Se a una compagnia prometti un concorso under 35 dove, se vincono, gli dai tremila euro e una replica, in fondo non stai facendo quasi niente per loro. Con tremila euro potrai solo fare un allestimento povero che non ti permetterà di dare valore, forza, ricchezza, densità al tuo spettacolo. Con una replica non potrai fare nulla quindi, anche gli spazi nelle stagioni, devono essere spazi reali, devono essere spazi in stagione, in cartellone. Quando io decido di co-produrre una compagnia giovane, devo co-produrla davvero, non al risparmio. Devo permettere ai giovani talenti di poter emergere davvero. E, ovviamente, anche alcune generazioni dovrebbero iniziare a fare un passo indietro rispetto agli scambi che fanno tra teatri, rispetto ai feudi che si creano nel sistema di teatro italiano e lasciare un po’ di spazio a chi invece si sta avvicinando al teatro italiano oggi”.

“Misurare il salto delle rane” mette al centro tre donne, il lutto, la violenza, la trasformazione e il bisogno di liberarsi dalle categorie che gli altri ci impongono. Da dove è arrivata la necessità di raccontare queste tre donne e che cosa ti ha permesso questo testo che forse prima non avevi ancora raccontato?

“Misurare il salto delle rane è sicuramente stato un passaggio poetico della compagnia, cioè un rinnovamento all’interno della stessa poetica della compagnia. Si riconoscono tutti gli ingredienti in qualche modo della mia scrittura del passato, ma in un lavoro di estrema sintesi e certamente anche più intimo, più poetico, più di sottrazione, più di non detto. Anche dove, per un istante, viene messo da parte più quel lato aggressivo, violento, della scrittura anche attraverso il linguaggio, il turpiloquio. Questa violenza nel senso di rivendicazione della scrittura di un proprio spazio di personaggi, di una propria voce, vengono messi un po’ più da parte lasciando più spazio all’intimità, a una poesia, a un realismo magico. Nasce dall’esigenza di lavorare sul femminile, ma anche da un’esigenza molto pratica. Mi trovavo a fare un laboratorio, dove avevo moltissime iscritte allieve donne e non trovavo testi con tante donne. Testi dove le donne fossero dei personaggi irrilevanti o non secondari. E questo mi fece venire in mente di lavorare ad un testo a tre donne. Poi, sicuramente, anche il fatto che siamo in un periodo storico in cui ci stiamo tutti interrogando sul ruolo maschile e femminile, sui generi, su tutti questi argomenti di grande attualità e di grande urgenza”.

Carrozzeria Orfeo, di cui sei co-direttore artistico con Massimiliano Setti, è riuscita a costruire un pubblico appassionato attorno alla drammaturgia contemporanea, senza rinunciare alla complessità dei testi. Quanto conta oggi il rapporto con gli spettatori nel vostro lavoro?

“Il rapporto con gli spettatori nel nostro lavoro è sempre più fondamentale: è l’unica cosa che ci ha salvato negli anni e nel tempo ed è forse l’unica cosa che ci salverà andando avanti. Il sistema teatrale, so che questo è quello che si dice sempre quando si invecchia (“Una volta quando ero giovane era meglio”), purtroppo, ma è così, va sempre peggiorando. Una compagnia non si può affidare, come dire, agli umori della critica o di tendenze o di mode o di operatori del settore. Tutti questi sono ingredienti importanti. Una compagnia deve avere un rapporto sano con la critica, sano con gli operatori, con i direttori artistici, ma poi devo costruire spettacoli che possono incontrare il suo pubblico, rinnovarlo, arricchirlo, trovare sempre più spettatori, più persone che amino il lavoro, la compagnia, che lo amino nel senso che lo trovino interessante, e interessante per il loro percorso e per le loro vite. E, questi spettatori, si affezionano e danno forza a una compagnia: le danno il diritto di esistere. Ecco. Direi quindi questa espressione: il pubblico ti dà diritto di esistere come tu vuoi esistere, perché sei riuscito a fare qualcosa di trasversale che esce solo dalle tue esigenze anche, forse, più egoiche, artistiche, per andare verso qualcun altro”.

Sono passati quasi vent’anni dall’inizio di Carrozzeria Orfeo. Se potessi incontrare oggi il Gabriele Di Luca che stava cominciando, che cosa gli diresti? E che cosa, invece, non vorresti mai perdere di quel ragazzo che era agli inizi?

“Se potessi tornare indietro non vorrei mai perdere quel ragazzo, la luce, la grande passione, la grande energia, determinazione nel perseguire a tutti costi la bellezza, nel cercare di lasciare a tutti i costi il segno nel teatro italiano con qualcosa di bello, di qualità, di nuovo: di poter far ridere le persone, di questa sua generosità, di questa sua grandissima voglia di condividere delle cose che sentiva dentro. Gli direi di farlo con molta più calma e molte meno aspettative rispetto a questo sistema teatrale rinunciando meno a delle cose più importanti della vita per mettere tante cose nel lavoro che ha messo e che sono state alla fine sprecate”.


A un certo punto una compagnia smette di essere soltanto una realtà che cerca il proprio spazio e diventa una realtà da cui il pubblico si aspetta qualcosa. Il riconoscimento, i premi e il successo hanno influenzato il vostro modo di scrivere o riuscite a non farvi condizionare dalle aspettative?

“Se potessi tornare indietro non vorrei mai perdere quel ragazzo, la luce, la grande passione, la grande energia, determinazione nel perseguire a tutti costi la bellezza, nel cercare di lasciare a tutti i costi il segno nel teatro italiano con qualcosa di bello, di qualità, di nuovo: di poter far ridere le persone, di questa sua generosità, di questa sua grandissima voglia di condividere delle cose che sentiva dentro. Gli direi di farlo con molta più calma e molte meno aspettative rispetto a questo sistema teatrale, rinunciando meno a delle cose più importanti della vita per mettere tante cose nel lavoro che ha messo e che sono state alla fine sprecate”.

A un certo punto una compagnia smette di essere soltanto una realtà che cerca il proprio spazio e diventa una realtà da cui il pubblico si aspetta qualcosa. Il riconoscimento, i premi e il successo hanno influenzato il vostro modo di scrivere o riuscite a non farvi condizionare dalle aspettative?

“Sarebbe impossibile dire che il pubblico che ci segue, i riconoscimenti, premi, il successo, non abbiano in qualche modo influenzato il nostro modo di essere al mondo. Siamo in costante relazione con quello che ci circonda e con l’ambiente. Sicuramente, tenere la barra dritta nel rapporto tra le proprie esigenze e quello che gli altri si aspettano da te, è un grande lavoro. È un lavoro quotidiano che fa una compagnia. Se ci pensiamo, “Misurare il salto delle rane” per un attimo si è allontanato completamente da ciò che, forse, il pubblico si aspettava da noi. E però, il pubblico l’ha capito e ha riconosciuto che, anche in questo nuovo passaggio, in questa rivitalizzazione della scrittura della compagnia, c’era qualcosa di interessante da osservare e da condividere. E, quindi, l’ha premiato. Io credo che il pubblico premi sempre l’onestà”.


Oggi siete nella posizione di poter offrire ad altri artisti alcune delle opportunità che forse voi, all’inizio, avete dovuto conquistare con più fatica. Da apprezzare è il lavoro di formazione che portate avanti con attori e drammaturghi in erba. Quando incontrate giovani artisti, che cosa vi fa pensare che valga la pena investire su di loro?

Massimiliano Setti, Luisa Supino, Gabriele Di Luca

“Quando pensiamo ai giovani artisti: vale la pena investire proprio sull’entusiasmo, su quell’energia, su quella luce, su quella voglia di bellezza, su quella voglia di farcela di cui parlavamo prima. Una delle cose che danno più tenerezza è vedere come un ragazzo giovane ha proprio voglia di costruirsi una vita, una vita che funzioni, una vita che lo appaghi. Una vita che possa appagare i suoi desideri. Quando hai ancora veramente tutta la vita davanti e puoi scegliere come sarà la tua vita e stai lottando affinché sia una bella vita. Ecco, poter affiancare questo processo, poterlo vedere da vicino e dare una piccola mano, questa è una cosa impagabile”.


Che cosa significa per te fare teatro? E come nutri la tua passione per l’arte?

“Rispondendo all’ultima domanda cito a memoria una frase da “Le Città Invisibili” di Italo Calvino: “Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Penso che questo bellissimo pensiero riassuma cosa significa per me oggi fare teatro”.

FONTE: Ufficio Stampa

Gaetano Perrotta

Gaetano Perrotta

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