Lucrezia Lombardo parla del suo nuovo saggio, Il Tempo Dissolto: «L’arte diventa l’espressione materiale dei cambiamenti teorici che hanno segnato il XX secolo, inaugurando la grande rivoluzione dell’inconscio e quella della relatività»
Lucrezia Lombardo ha parlato nella sua intervista a Il Diurno dell’uscita del suo nuovo saggio, “Il Tempo Dissolto” edito da QED. Un saggio che analizza come certe teorie rivoluzionarie- afferma la scrittrice- siano state perfettamente espresse attraverso il linguaggio delle opere d’arte, concretizzandosi. Inoltre ha fatto anche un breve accenno relativo alla scrittura di un nuovo possibile romanzo.
Ciao Lucrezia è da poco uscito il tuo nuovo saggio, “Il Tempo Dissolto. Riflessioni sulla filosofia artistica di Kandinskij, Mondrian, Mirò e degli spazialisti”, QED editore: parlacene.
«Il tempo dissolto. Riflessioni sulla filosofia artistica di Kandinskij, Mondrian, Mirò e degli spazialisti”, come si evince dal sottotitolo, vuole essere una riflessione sulla poetica di tre grandi maestri dell’arte contemporanea: Kandinskij, Mondrian e Mirò, nello specifico, il libro analizza come certe teorie rivoluzionarie siano state perfettamente espresse attraverso il linguaggio delle opere d’arte, concretizzandosi. Le teorie a cui mi riferisco sono quelle di Bergson (filosofo francese) che, per la prima volta, si spinse a parlare di memoria, di coscienza e di tempo come strutture interne all’uomo, e la teoria della relatività, che seppe restituire un ruolo centrale al soggetto, in base alla cui percezione la definizione di “realtà” muta. L’arte intercetta dunque queste straordinarie trasformazioni di paradigma, che sono antropologiche oltre che teoriche ed estetiche, e le mette in forma, creando un linguaggio espressivo in cui il mondo che abita la tela non è più la realtà esterna, ma ciò che il pittore percepisce e sente. E se in Kandinskij questa rivoluzione ha l’aspetto di un’analisi dell’invisibile -il pittore cerca infatti di oltrepassare l’apparenza delle cose-, conducendo a una ricerca spirituale in cui l’arte è mezzo di elevazione dell’anima, in Mondrian, invece, vengono ricercate le forme essenziali alla base della realtà sensibile, quasi come se costui si rifacesse alla teoria platonica e ricercasse gli archetipi che fondano il mondo. Ecco che, in questo secondo caso, le geometrie e i colori netti diventano i protagonisti delle tele. Infine, con Mirò, è l’inconscio a fare irruzione e la teoria psicoanalitica prende la forma di un universo parallelo, in cui il pittore torna all’infanzia e costruisce una realtà in cui rifugiarsi, per sfuggire alla durezza della guerra e del Novecento. Il libro analizza perciò la relazione tra le rivoluzioni scientifiche e filosofiche e l’arte nel XX secolo, nella certezza che, se vogliamo davvero comprendere l’uomo e la storia, dobbiamo volgere lo sguardo proprio a quei linguaggi creativi che hanno anticipato gli eventi, raccontando perfettamente lo spirito dei tempi».
Il “Tempo Dissolto” si può ritenere la continuazione del lavoro presente nei saggi precedenti da te pubblicati?
«Senz’altro “Il tempo dissolto” si pone in un dialogo di continuità con i miei precedenti saggi, nello specifico, con “L’uomo senza riposo” e “Due saggi dirompenti”, in quanto tutte e tre le opere rientrano in un progetto di analisi critica del nostro tempo: ognuna di esse, infatti, decostruisce differenti ambiti di sapere-potere (la scienza e la psicologia, la politica e l’economia, l’arte) allo scopo d’indagare i presupposti teorici e valoriali alla base del mondo contemporaneo. Protagonista dei saggi in questione è dunque sempre l’uomo e le strutture concettuali e pratiche con cui costruisce la realtà attorno e l’immagine di sé. Ne “Il tempo dissolto”, l’arte diventa perciò l’espressione materiale dei cambiamenti teorici che hanno segnato il XX secolo, inaugurando la grande rivoluzione dell’inconscio (concetto che viene ideato dalla psicoanalisi, sebbene sulla base di concetti già presenti in Schopenhauer e Nietzsche) e quella della relatività. Quest’ultima, nello specifico, mostra come una realtà oggettiva e assoluta non esista, ma tutto, incluso il tempo, è prodotto del soggetto e della relazione tra costui e il mondo».
Perché hai deciso di partire da Kandinsky e di concentrarti sul ‘900?
«Kandinskij è un pittore che ho sempre amato e, oltre ad essere un grande artista, è stato un filosofo, che ha saputo raccontare la mistica per immagini. Difatti, la sua arte astratta non è soltanto il risultato di un processo creativo e plastico, bensì il traguardo a cui il pittore giunge dopo aver compreso che la realtà sensibile è apparente e che le forme che in essa si danno, altro non sono che specchi che deformano la verità delle cose. Tale verità -che Kandinsky ha sempre ricercato, attraverso il suo linguaggio espressivo- è spirituale e immateriale, ecco, quindi, che la rappresentazione sensibile viene dissolta e ad essa si sostituiscono tratti, getti di colore, sagome che assomigliano a note musicali e hanno la stessa inconsistenza dell’anima. Le tele di Kandinskij sono dunque una meditazione spirituale, oltre che opere pittoriche tradizionali, e si approssimano alla tradizione delle icone ortodosse».
Sei stata quest’anno al Salone Del Libro?
«Si, sono stata a ritirare il secondo premio, per la poesia, al “Premio InediTo colline di Torino”, oltre che a far visita allo stand di QED edizione, che ha pubblicato “Il tempo dissolto”. È stato un momento di confronto, durante cui ritrovare tanti amici, sebbene, per indole, non ami i luoghi affollati e la confusione».
Stai già lavorando a nuovi progetti?
«Per me scrivere -ovvero pensare- non è solo un piacere frutto d’ispirazione, ma un lavoro che richiede -come ogni occupazione che si prende sul serio- metodo e rigore. Ecco che, con questo spirito, che talvolta attraversa anche vasti deserti e vuoti creativi -se così possiamo definirli- cerco di dedicarmi ogni giorno allo studio, alla lettura e, quando va bene, alla scrittura. Tra i progetti che ho quindi in cantiere si annovera un nuovo romanzo, di cui sto tracciando ancora le coordinate, sperimentando, arrabbiandomi con i personaggi e con me stessa, ricominciando daccapo decine di volte… Sarà però, certamente, una storia di donne e anche un’analisi, senza mezze misure, del nostro tempo, della sua brutalità e, insieme, delle spinte di cambiamento che il presente già serba in sé… Ma non anticipo altro… Ovviamente, poi, la poesia mi accompagna sempre, perché senza di lei sarei più triste e disperata… È un nutrimento di cui ho bisogno e che mi permette di guardare le cose con meraviglia, facendomi essere presente nel presente e rendendomi capace di pensare, con una certa leggerezza infantile, che va bene così, che ho già molto, e che domani si vedrà».



