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Compagnia Di Teatro Del Bianconiglio, Bruno Di Donato racconta Settaneme: “I personaggi sono legati da memoria, colpa, desiderio e destino”

Sta riscuotendo un grande successo lo spettacolo teatrale “Settaneme” al punto che è stata aggiunta un’ulteriore data, quella del 30 maggio a Eboli, al teatro del Bianconiglio. A parlarne è il Direttore della Compagnia Di Teatro Del Bianconiglio, Bruno Di Donato il quale si è concentrato sul significato del teatro citando l’inimitabile Carmelo Bene. Inoltre ha posto l’accento sulla partecipazione di Settaneme al Gran Premio Del Teatro Amatoriale Italiano. “Portare uno spettacolo così viscerale, sporco di umanità e memoria- dice Bruno Di Donato- dentro un contesto nazionale importante ha qualcosa di magnificamente contraddittorio”.

Come e quando nasce la Compagnia di Teatro Del Bianconiglio?

“La Compagnia del Bianconiglio nasce da un incontro umano prima ancora che artistico. Nasce dal desiderio di costruire un teatro vivo, popolare nel senso più nobile del termine, capace di parlare alle persone senza rinunciare alla poesia, alla ricerca e alla profondità. Negli anni siamo cresciuti insieme, condividendo sacrifici, visioni e un modo quasi artigianale di vivere il teatro, fatto di prove infinite, amicizie, discussioni, intuizioni improvvise e tanto amore per la scena. Forse anche da una piccola ossessione: quella di non fare un teatro soltanto da guardare, ma da attraversare”.

Il 30 maggio ci sarà una nuova data sold-out a Eboli: vi aspettavate questo successo?

“Ogni volta che il pubblico riempie un teatro è una sorpresa meravigliosa, soprattutto oggi, in un tempo in cui fermarsi ad ascoltare una storia è quasi un atto rivoluzionario. Sapevamo che Settaneme avesse una forza particolare, perché nasce da qualcosa di autentico, profondo, viscerale.
Ma vedere il pubblico rispondere con questo entusiasmo ci emoziona davvero. Significa che certe storie riescono ancora a toccare corde vere. Anche se, parafrasando Carmelo Bene, il vero teatro non dovrebbe rassicurare il pubblico…dovrebbe mancargli il terreno sotto i piedi”.

Quale messaggio volete lasciare al pubblico?

“Più che lasciare un messaggio, vorremmo lasciare un’esperienza. Vorremmo che il pubblico uscisse dal teatro con qualche domanda in più e magari con un’emozione difficile da spiegare. Settaneme parla delle nostre ombre, delle paure, delle colpe, ma anche della necessità di guardarci dentro senza filtri. Il teatro serve anche a questo, a riconoscere la nostra umanità negli occhi degli altri e forse anche a smarrirsi un po’, perché senza smarrimento non esiste vera immaginazione”.

Come sono legati tra loro i vari personaggi?

“I personaggi di Settaneme sono legati da fili invisibili: memoria, colpa, desiderio, destino. Ognuno porta addosso una ferita e, in qualche modo, quella ferita si riflette negli altri. Non esistono personaggi completamente innocenti o completamente colpevoli, esistono esseri umani travolti dalla vita, dalle proprie paure e da ciò che non riescono a confessare. In fondo, sono anime che si rincorrono dentro uno stesso incubo”.

Adesso parliamo di un importante traguardo raggiunto come Compagnia: quanta è l’emozione di prendere parte al Gran Premio del Teatro Amatore Italiano?

“È una grande emozione, certo. Ma anche una strana sensazione. Perché Settaneme nasce quasi contro l’idea stessa di teatro addomesticato, ordinato, prevedibile. Portare uno spettacolo così viscerale, sporco di umanità e memoria, dentro un contesto nazionale importante ha qualcosa di magnificamente contraddittorio. È come se un rito notturno entrasse all’improvviso in una sala illuminata. Forse il teatro dovrebbe fare proprio questo: disturbare un po’ e non accomodarsi mai”.

Gaetano Perrotta

Gaetano Perrotta

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