Interviste

Intervista alla scrittrice Anemone Ledger: “Una storia funziona quando smette di appartenerti”

Anemone Ledger, classe 1999, è una giovane scrittrice che ha concesso un’intervista a Il Diurno nella quale ha ripercorso la propria carriera, il rapporto con i personaggi da lei creati e le influenze letterarie decisive per arrivare alla scrittura.

1. Cosa significa per te scrivere?

“Per me scrivere è ascoltare voci che non smettono di bussare finché non trovano una frase giusta. È trasformare ferite, ossessioni e dettagli inutili in qualcosa che respira anche negli altri”.  

2. Qual è il libro che più di altri è stato decisivo per il tuo percorso letterario?

“Il libro che più di tutti è stato decisivo per il mio percorso è “L’azteco” di Jary Jennings. Quando l’ho letto ho capito che la narrativa, anche storica, poteva essere insieme brutale e poetica, sporca di sangue e piena di umanità. Jennings non racconta soltanto una storia: costruisce un mondo vivo, sensoriale, dove il lettore sente gli odori, la fame, il desiderio, la paura. Mi ha insegnato che la letteratura non deve necessariamente essere elegante o rassicurante per essere potente. Può essere eccessiva, carnale, persino crudele, purché resti sincera”. 

3. Hai vinto prestigiosi premi: qual è il momento finora della tua carriera che ricordi con maggior emozione?

“La prima volta che qualcuno mi ha detto: “Mi sono ritrovato nelle cose che hai scritto.” Più dei premi, ricordo quello. Una storia funziona davvero quando smette di appartenerti e trova posto nella vita di qualcun altro”.

4. Com’è stato per te prendere parte al Salone Del Libro?

“Al Salone Internazionale del Libro di Torino io vado ogni anno: per me è casa, un luogo in cui tornare, perdermi e ritrovarmi tra libri, voci e corridoi pieni di storie. Ma ciò che ho vissuto nei giorni scorsi ha superato perfino le emozioni delle edizioni passate. Con Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori e Regione Lombardia ho avuto la sensazione concreta che la scrittura non sia soltanto qualcosa che si fa in solitudine, ma un ponte: tra persone, generazioni e immaginazioni diverse. Ho conosciuto tante belle persone. La prima volta che qualcuno mi ha detto: “Mi sono ritrovato nelle cose che hai scritto.” Più dei premi, ricordo quello. Una storia funziona davvero quando smette di appartenerti e trova posto nella vita di qualcun altro”.

5. Hai mai pensato alla possibilità di far trarre un film da un tuo romanzo?

“Non nascondo che il pensiero c’è stato, ma è arrivato alla mia testa veloce, quasi istantaneo. Forse è l’ultimo dei miei obiettivi”.

6. Da dove nasce il nome Anemone Ledger?

“Anemone” è un fiore velenoso: mi piaceva l’idea di qualcosa di fragile solo in apparenza, capace però di lasciare un segno profondo. “Ledger”, invece, viene dal cognome di Heath Ledger, la cui interpretazione del Joker in “Il cavaliere oscuro” mi ha sempre colpito per l’intensità quasi disturbante.
In un certo senso, questo nome contiene le due anime della mia scrittura: da una parte la delicatezza, il silenzio, le emozioni trattenute; dall’altra qualcosa di più inquieto, oscuro, imprevedibile. La mia scrittura passata era forse più istintiva, più rabbiosa; quella di oggi continua ad avere ombre, ma cerca anche la vulnerabilità, la cura, perfino la tenerezza”.

7. A quale dei personaggi da te narrati sei maggiormente legata?

“Senz’altro Elia Vettorel. È il personaggio con cui sono cresciuta di più, forse perché, in qualche modo, è cresciuto insieme alla mia scrittura. Molti dei temi che oggi riconosco come centrali nei miei libri sono passati prima attraverso di lui”.  

8. Infine quali sono i tuoi prossimi progetti lavorativi?

 “I miei progetti lavorativi futuri, in realtà, dipendono più dagli altri che da me. Mi avvalgono della facoltà di non rispondere, come si dice in certi casi”.





Gaetano Perrotta

Gaetano Perrotta

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